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A ogni risata i suoi neuroni

A ogni risata i suoi neuroni

Anche quest’anno io e Anna Maria Anatella (Joyfull mentor) aderiamo alla campagna internazionale della Settimana del Cervello!

Il nostro evento quest’anno sarà sì sempre rivolto al benessere ma quest’anno ci focalizzeremo sugli aspetti positivi della risata e sui processi neurologici coinvolti. Lo sai che il nostro cervello non distingue tra una risata vera e una risata comandata? Avrai modo di provare in prima persona, durante l’evento ci sarà anche una parte pratica di Yoga della risata, che utilizza la risata come un esercizio fisico, ci alleneremo a ridere!

Vuoi prenotare il tuo posto? Clicca qui, verrai reindirizzato nella schermata di prenotazione!

Ti aspettiamo il 18 marzo per ridere insieme!!

 

Psicologia Positiva

Psicologia Positiva

Oggi introduco un argomento che mi è stato ispirato da Anna Maria Anatella, mia compagna in alcuni degli eventi organizzati in passato e lo sarà ancora in un evento che stiamo preparando sempre in occasione della Settimana del cervello.

L’argomento in questione è la Psicologia positiva.
Quando si parla di psicologia positiva ci si riferisce a una determinata branca della psicologia, in cui l’attenzione è posta al benessere personale, ovvero lo stato che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano, e caratterizza la qualità della vita di ogni singola persona all’interno di una comunità di persone.

Le ricerche su questo campo iniziano ufficialmente intorno agli anni 90, anche se gli interrogativi sul ben-essere degli individui sono sempre stati presenti in diverse discipline come per esempio le scienze umanistiche e la filosofia. Se la psicologia si è occupata prevalentemente di comprendere tutti questi aspetti legati alla patologia degli individui, con Seligman (1994) nasce una nuova direzione: comprendere la positività e il benessere della persona in quanto tale, non più solo la sua negatività e malattia.
Questo nuovo approccio viene ispirato dalle ricerche sull’”impotenza appresa”, ovvero “quell’abitudine di interpretare sempre in maniera negativa ciò che succede, al punto che pensiamo di non essere abbastanza capaci di affrontare la maggior parte delle cose che accadono nella nostra vita e non tentiamo pertanto nemmeno di affrontarle”.  Se questa abitudine segue una linea di stampo pessimistico, è possibile ribaltarla sul versante positivo? Ovvero andare a costruire una nuova abitudine e modalità di ragionamento che seguano la via della positività?

Seligman parla di salute positiva e benessere, focalizzandosi non tanto all’assenza di malattia, (così come definito anche dal OMS, benessere come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia“) ma ad una condizione che sia caratterizzata dal saper provare emozioni positive, dall’essere in grado di relazionarsi in modo positivo con gli altri e dall’avere la volontà e motivazione finalizzati al raggiungimento di obiettivi positivi (Seligman, 2008). Grazie a questo nuovo orientamento viene evidenziato maggiormente il ruolo delle risorse positive e delle potenzialità dell’individuo e non più solo alle sue mancanze o “difetti”.
Tra i concetti più studiati all’interno della psicologia positiva troviamo:

  • L’accoglienza di sé stessi, con una maggior comprensione delle proprie caratteristiche, siano esse positive o negative, con un incremento dell’auto-accettazione e dalla costruzione di nuovi significati riguardo gli aspetti più significativi della propria vita
  • Crescita Personale intesa come motivazione alla scoperta delle modalità espressive di sé, con l’attenzione a rimanere ben predisposti alle esperienze e avvenimenti, in quanto ci possono essere sempre aspetti nuovi da integrare e da cui imparare;
  • Significato personale sulla propria vita, ovvero comprendere il senso che acquistano le scelte di ogni giorno e le emozioni che le guidano;
  • Migliori relazioni con gli altri, ovvero instaurare e sviluppare legami che siano improntati alla scoperta dell’altro, ad un aumento della sintonizzazione e di atteggiamenti empatici, cooperativi e scongiurando la sfiducia reciproca.
  • Autonomia intesa come percorso di auto-determinazione fondato sulla conoscenza e l’abilità di gestire le pressioni e i condizionamenti sociali, e di raggiungere i propri obiettivi prefissati (o di cambiarli se non sono più espressione di sé);
  • Responsabilità personale, basata sulla consapevolezza delle proprie capacità di cambiare l’ambiente circostante per creare le condizioni utili alla soddisfazione dei propri obiettivi;

Fondamentalmente si parla di creare una nuova educazione mentale, allenandosi a cambiare i target della attenzione selettiva, dove, se prima si andava a vedere tutti quei dettagli che ci confermavano la visione negativa, ora si saprà trovare anche ciò che di buono può essere ricavato e che può essere utile per migliorare la propria esistenza.

Un vero e proprio allenamento alla felicità! Ma la felicità può essere solo quella legata al piacere? Ebbene no! In realtà la psicologia positiva segue una prospettiva detta Eudaimonica, in cui ci focalizza sull’analisi di quei fattori che aiutano lo sviluppo e la realizzazione delle potenzialità individuali. La felicità di tipo eudamonico è maggiormente legata a un processo di interazione, integrazione e reciproca influenza tra benessere individuale e collettivo, tale per cui la felicità individuale si realizza all’interno della società.

Come si fa questo “allenamento”? Con degli esercizi, proprio come nello sport!
Con me è possibile iniziare un percorso in cui potremo creare una “scheda personale” focalizzandoci sugli aspetti che interessano di più!
Nel mentre ti lascio una piccola tips:

Prendi la tua agenda (o un foglio da tenere in vista, o ancora usa il calendario del cellulare) e in una pagina segna tutti i giorni del mese. Ogni giorno segna una cosa per cui essere riconoscente. Scrivimi per sapere come è andata! =)

Gratitude log

 

 

#Recensione – Diventa chi sei

#Recensione – Diventa chi sei

Quando ci si sente in un periodo di stallo, o quando ci si ritrova in una situazione familiare di insoddisfazione, spesso le prime domande che arrivano sono:

“Perché mi trovo in questa situazione?”

“Perché non riesco ad uscirne?”

Capita di non sentirsi mai abbastanza bravi, mai abbastanza adatti, di avere l’impressione di fare tutto in modo sbagliato, o di non fare abbastanza… a volte capita di sentirsi in un continuo bluff. Come capita nella Sindrome dell’impostore (per maggiori dettagli clicca qui).
Questi pensieri e sensazioni non sono piacevoli, fanno percepire il terreno sotto i piedi come traballante e incerto, con la conseguente sensazione di un mondo esterno imprevedibile.
Una nuova spinta è possibile trovarla osservando sé stessi attraverso delle nuove domande: “E se ciò su cui ho basato la mia vita non fosse propriamente la modalità giusta per me?”

Nel libro di Emilie Wapnick – Diventa chi sei- si mette in discussione il fatto che esista un solo percorso per ognuno di noi, si cerca di rompere gli schemi e mettendo al contempo in luce quegli individui appassionati e curiosi, che non si sentono definiti all’interno di un’unica etichetta, che si sentono inconcludenti: quelli che lui chiama I Multipotenziali.
Nella declinazioni di questo insieme di individui si ritrovano le persone che se la cavano in più campi, chi ha ampia conoscenza di tante discipline e argomenti diversi, chi non è super specializzato e ha interessi svariati. Per esempio esistono persone che seguono più progetti contemporaneamente o persone che si appassionano a un progetto, lo esplorano al massimo per poi passare a un’altro progetto, magari anche totalmente diverso!

Qui a lato un esempio di come può muoversi un Multipotenziale. Il percorso non è dritto, non è il tipico percorso delle persone che già a 8 anni dicono “voglio fare l’avvocato” e dopo tot anni  hanno effettivamente realizzato il proprio desiderio. Questo percorso è di una persona che coltiva e segue le sue passioni, si mette alla prova, sfida sé stesso, supera le sue paure! Tutte cose che a prima vista magari non saltano all’occhio, ma che sono ugualmente apprezzabili come chi va dritto al proprio obiettivo. Infatti spesso quello che fa star male è il confronto con gli altri, il famoso “l’erba del vicino è sempre più verde”.

Questo sentirsi sbagliati, sentirsi mediocri perché non si è specializzati in niente, ledere la propria autostima è il vero problema. La verità è che se ci guardiamo intorno l’essere specializzati è utile in alcuni contesti.. ma in altri è molto più importante essere generici! Ad esempio, se parliamo di salute, il medico di famiglia è un medico generico, è perfetto per curare patologie diverse, ma in caso di un problema cardiaco non sarebbe la scelta più idonea, no? Ci si rivolgerà a uno specialista! Questo aspetto è importante da sottolineare, perché probabilmente è il fulcro del sentirsi insoddisfatti e mai abbastanza.

 «Ora non è il momento di pensare a quello che non hai.
Pensa a quello che puoi fare con quello che hai
»
Hemingway

All’interno di “Diventa chi sei” si trova una vera e propria ode agli individui multipotenziali, e si arriva a parlare dei loro pregi come di “superpoteri“. Ad esempio la capacità di sintesi o l’apprendimento veloce sono solo alcuni esempi, ma probabilmente l’aspetto più attraente è che seguendo il percorso di domande offerto nel libro, sarà possibile trovare o riconoscere il proprio modello di lavoro, ovvero la visione d’insieme più adatta per il proprio stile di vita per stare in una zona di confort.

Alcune persone si ritroveranno maggiormente nel modello in cui è predominante un’unica carriera poliedrica e interdisciplinare, come la bioetica, il design, l’educazione, il marketing, l’esperienza utente o ux, tutte professioni caratterizzate da più discipline, elementi e prospettive. Altri potrebbero ritrovarsi nel modello chiamato l’Alternanza, dove vengono svolti due o più lavori part time svolti appunto in maniera alternata, per chi ama avere sempre un piano b di riserva.  O ancora c’è il modello chiamato “L’approccio Einstein” dove c’è un solo lavoro per mantenersi e più attività svolte nel tempo libero, magari adatto a chi fugge dalla noia. Il modello chiamato “La fenice” è invece per chi lavora in un unico ambito per più tempo, cambiando poi in un altro ambito diverso, per chi fugge da una sola definizione e ama reinventarsi.

Questo libro potrà essere una boccata d’aria per le persone che ultimamente vivono in apnea, si potrebbero trovare degli spunti di riflessione interessanti!
Consigliato!

 

Per il link Amazon clicca qui

Settimane del benessere Psicologico 2.0

Settimane del benessere Psicologico 2.0

Eccoci ad aderire alla campagna “Settimane del Benessere Psicologico” in Sardegna con un workshop: “La via del benessere attraverso lo yoga”!

Il nostro servizio si avvalerà ancora della collaborazione della dott.ssa Anna Maria Anatella di Seminare l’amore per quanto riguarda la parte specifica sullo yoga. Un evento simile è stato presentato durante la campagna di marzo della “Settimana del Cervello” ma abbiamo apportato alcune modifiche per abbracciare più elementi della quotidianità integrandole con le già trattate scoperte neuroscientifiche.

Il workshop ha l’obiettivo di porsi da ponte tra due mondi che solo in apparenza sembrano distanti: psicologia e yoga.

La Parola Yoga significa “UNIONE”, ed è grazie al desiderio dell’unità di “Corpo, Mente e Spirito” che abbiamo sviluppato questo evento.

Lo Yoga e la meditazione possono essere un supporto aggiuntivo per promuovere e mantenere il benessere, offrendo un’ esperienza della connessione mente-corpo. Lo Yoga stimola l’equilibrio, fisicamente ed emotivamente, usando posture, o asana, combinate con tecniche di respirazione (o pranayama). Viene supportato non solo il lavoro psichico ed emotivo del corpo, ma, attraverso la respirazione, si apre la porta all’auto-consapevolezza per creare l’unione e l’integrazione della mente, del corpo e dello spirito.

Tra i principali benefici psicologici dello yoga ritroviamo per esempio che:

  1. Induce serenità e pace grazie a una respirazione consapevole
  2. Riduce lo stress, riducendo i livelli di cortisolo
  3. Migliora l’autostima
  4. Migliora la qualità del sonno, stimolando la melatonina
  5. Migliora l’umore, aumentando i livelli di serotonina

Durante l’incontro verranno approfonditi questi aspetti e la Dott.ssa Valeria Bernardino, del servizio di psicologia Minds Up, insieme alla Dott.ssa Anna Maria Anatella di Seminare L’Amore – Yoga e Consapevolezza Cagliari proporranno la pratica del Kundalini Yoga che permetterà di esplorare il respiro e prendere confidenza con il movimento del diaframma.

Le pratiche verranno effettuate seduti comodamente sulle sedie.
L’evento è gratuito e a numero chiuso.

E’ richiesta l’iscrizione attraverso il seguente link: CLICCA QUI o QUI

Settimane del Benessere Psicologico – Sardegna

Settimane del Benessere Psicologico – Sardegna

Ogni due anni l’Ordine degli Psicologi della Sardegna  promuove la campagna “Le Settimane del Benessere Psicologico” per sensibilizzare la comunità alla tematica della salute mentale, troppo spesso lasciata in ombra e sottovalutata.  Presso il sito dell’Ordine si legge:

“Dal 3 maggio al 15 luglio i cittadini di tutte le età avranno a disposizione un intenso programma di iniziative, previste su tutto il territorio regionale, con tematiche di grande rilevanza, attualità e interesse generale e la partecipazione di eminenti personalità di caratura nazionale ed internazionale. Saranno innumerevoli, inoltre, gli eventi decentrati in diverse località dell’Isola, che vedranno gli “studi aperti” per consulenze psicologiche informative gratuite, seminari, convegni, workshop, rassegne cinematografiche, spettacoli teatrali e manifestazioni sportive, in uno sforzo straordinario e inedito dell’intera categoria, al servizio del benessere psicologico delle persone.”

Il programma quest’anno è molto ricco e si dirama per tutta la Sardegna! Consigliamo ai nostri lettori di consultare il sito ufficiale, potrebbe esserci proprio l’evento giusto che si stava cercando! Clicca qui per il collegamento diretto.

Ci auguriamo di riuscire a terminare il seminario a cui stiamo lavorando, in modo da anticiparlo e inserirlo in questa campagna, e non per l’autunno come da programma. Vi aggiorneremo!

Intanto per quest’anno vogliamo partecipare aderendo all’iniziativa Studi Aperti per consulenze psicologiche informative e gratuite. La prevenzione, sensibilizzazione e la cultura del benessere psicologico sono tra i nostri principali obiettivi.

Apriremo il nostro studio alle persone che stanno passando un periodo “no”, caratterizzato da ansie e turbamenti, indecisioni sulle strade da intraprendere a livello universitario o lavorativo, per chi si trova a un bivio per una scelta importante, per tutte quelle persone che si interrogano, che desiderano conoscersi un po’ di più o che vogliono avere più consapevolezza di come funzionano, per chi vive in una relazione che ha aspetti che non vanno.

Perché negarsi la possibilità di conoscersi di più?

Riceviamo a Cagliari solo previo appuntamento nelle date:

Maggio

  • Lunedì 6 negli orari 09:00 – 13:30
  • Lunedì 13 negli orari 09:00 – 13:30 / 16:00 – 19.00
  • Martedì 14 negli orari 09:00 – 13:30
  • Lunedì 20 negli orari 09:00 – 13:30 / 16:00 – 19.00

Giugno

  • Lunedì 10 negli orari 09:00 – 13:30
  • Lunedì 17 negli orari 09:00 – 13:30
  • Lunedì 24 negli orari 09:00 – 13:30 / 16:00 – 19.00

Luglio

  • Mercoledì 3 negli orari 09:00 – 13:30 / 16:00 – 19.00
  • Lunedì 22 negli orari 09:00 – 13:30 / 16:00 – 19.00
  • Mercoledì 24 negli orari 09:00 – 13:30 / 16:00 – 19.00

Contatti

  • Telefono 3407254024
  • Email info@mindsup.it
  • Oppure tramite il format qui

 

Abbracci e Cervello

Abbracci e Cervello

“Ci servono 4 abbracci al giorno per sopravvivere.

Ci servono 8 abbracci al giorno per mantenerci in salute.

Ci servono 12 abbracci al giorno per crescere.

Virginia Satir 

 

Ieri si è svolto il nostro primo evento a Cagliari organizzato per la “Settimana del Cervello” 2019.

Lo abbiamo titolato in modo semplice: Abbracci e Cervello
Il tema all’inizio può apparire scontato, ovvio. Ma nella realtà le manifestazioni di affetto e il contatto fisico fanno molto più di quello che possiamo credere. Durante l’evento abbiamo parlato di come i recettori della pelle seguano due percorsi diversi per essere assimilati dal cervello. Uno finalizzato più alla localizzazione spaziale degli stimoli (quelle informazioni che rispondono alle domande: dove? come?), arrivando alla corteccia somato-sensoriale, legata, appunto, alla propriocezione. Un secondo percorso poi, arriva al sistema limbico del cervello, legato più ai sistemi di ricompensa, alle emozioni e ai legami sociali. E’ stato spiegato come i recettori stimolati inviino gli input alla regione insulare del cervello e di come venga stimolata la produzione dell’ossitocina, quell’ormone così importante per la creazione delle connessioni tra le persone. Inizialmente collegato al momento del parto, come stimolatore delle contrazioni uterine e della montata lattea, oggi sappiamo che l’ossitocina riveste un ruolo fondamentale anche nella produzione di serotonina e dopamina, neurotrasmettitori che influenzano le nostre emozioni e i processi che determinano il nostro benessere.
Durante l’incontro è stato mostrato l’esito di una ricerca che illustrava come il cervello di un bambino possa svilupparsi fino al 20% in meno in caso di mancanza di affetto. Un dato sconcertante.

Tra i benefici più importanti di un abbraccio (lungo almeno 20 secondi):

  1. Migliora la circolazione sanguigna, con un incremento dell’emoglobina. Il che si traduce in un rafforzamento delle difese dell’organismo, una prevenzione per le patologie cardiache, miglioramento della pressione.
  2. Allevia lo stress, grazie all’innalzamento dell’ossitocina si abbassano i livelli del cortisolo, facendoci provare anche meno dolore!
  3. Contrasta l’ansia, sempre grazie alla produzione di ossitocina vi è un innalzamento delle endorfine che hanno proprietà analgesiche ed eccitanti
  4. Migliora l’autostima, facendoci sentire amabili e amati, aumentando la sensazione di fiducia, diminuendo le paure. Pensiamo per esempio quando un bambino spaventato si abbraccia il suo peluche preferito!
  5. Migliora le capacità intellettive, come memoria, linguaggio e apprendimento. Proprio grazie alle proprietà antistress generata dalla produzione della serotonina, uno dei neurotrasmettitori che influenza il tono dell’umore, del sonno, della memoria e della concentrazione.
  6. Migliora l’umore contrastando lo svilupparsi di patologie come la depressione.
  7. Influenza lo sviluppo neuronale, infatti, non ricevendo abbracci, coccole e cure adeguate porta alla morte di buona parte dei neuroni, riducendo le capacità mentali e motorie del bambino negli anni successivi. Quel 20% di crescita in meno che menzionavamo prima.

Con la dott.ssa Anna Maria Anatella siamo passati alla parte più esperenziale del nostro incontro, sperimentato in prima persona, ci siamo abbracciati tra estranei, scoprendo che forse non è una cosa così innaturale.. ma la cosa più importante è che abbiamo potuto sentire in prima persona gli effetti benefici di un abbraccio lungo almeno 20 secondi. Il senso di quiete, la calma, i cuori che sembrano battano all’unisono… un gesto che ci ha fatti sentire tutti più vicini, che ha ridotto le distanze, promuovendo proprio quella pluralità che l’abbraccio rappresenta.

Tutto questo grazie a un semplice abbraccio.

Speriamo che anche il nostro secondo incontro “Yoga e Cervello”, possa avvicinare sempre più persone alla consapevolezza non solo della propria persona, ma anche dei meccanismi e di come funziona il nostro organo più importante: Il Cervello.

#brainweek2019

La Rabbia

La Rabbia

Introduciamo oggi un tema che molto probabilmente è vicino a molte persone: La Rabbia.
Vediamo insieme cos’è, a cosa serve e perché non è mai del tutto negativa.

La rabbia è una delle emozioni primarie e universali che viene riconosciuta a livello globale anche in diverse culture. Essendo un’emozione primitiva, essa può essere osservata nei bambini molto piccoli e anche in altri animali oltre l’uomo. Sono molto interessanti gli studi dell’universalità delle emozioni di base dell’autore Ekman (qui un approfondimento), in cui si studiano le espressioni “pure” della rabbia, prima cioè che vengano apprese quelle regole che ne controllano l’esibizione. La rabbia, infatti, è generalmente accompagnata da un’accezione negativa, in particolare nella nostra società mostrarsi arrabbiati, avere scoppi d’ira è generalmente un comportamento da evitare, sconveniente.

Ma da dove nasce la rabbia? Per la maggior parte delle teorie la rabbia rappresenta la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica che psicologica. In particolare ci sono quattro tipologie di situazioni che sono alla base di una reazione di rabbia:

  1. minacce alla propria integrità personale e/o dei propri beni materiali. Come quando per esempio troviamo la nostra auto danneggiata al nostro ritorno da una commissione
  2. ostacoli o impedimenti al raggiungimento dei propri scopi/obiettivi. Per esempio quando il nostro notebook si rompe definitivamente a poche settimane dalla consegna di un lavoro o della tesi.
  3. doveri e obblighi spiacevoli o interruzione di esperienze piacevoli, o anche danni alla dignità, autostima o reputazione sociale propria o dei propri cari. In questo caso si parla proprio di frustrazione psicologica. Un esempio può essere quando scopriamo che  un collega ha messo in giro delle voci su di noi che ledono la nostra immagine professionale.
  4. la percezione di ingiustizie verso se stessi o verso i propri cari. Per esempio quando nostro figlio viene accusato di qualcosa che non ha fatto magari da un compagno di classe.

Cosa succede nel nostro cervello nel momento in cui viene percepito una minaccia? L’amigdala è la regione responsabile della nostra reazione: figurativamente potremo immaginarlo come il pulsante rosso dell’allarme. Quando viene attivata vengono secreti grandi quantità di ormoni e vengono attivati migliaia di impulsi elettrici, ovvero le nostre sinapsi.
Questo stato di allerta viene chiamato Fight Flight Freeze: combattere, scappare o congelarci. Quando manifestiamo rabbia stiamo attivando la risposta Fight.

Ma a cosa serve arrabbiarsi? Una spiegazione in termini evolutivi è sicuramente quella che con la rabbia e l’aggressività si definisca la posizione sociale all’interno di un gruppo, il proprio status. Gli animali possono attaccare perché spaventati o perché vengono aggrediti da predatori, per avere la meglio sul rivale sessuale, o per difendere la propria prole.
Negli esseri umani lo scopo sembra più rivolto a modificare un comportamento che non si reputa adeguato. L’arrabbiarsi, motivando chiaramente le motivazioni della frustrazione, sembra essere un modo per ottenere un cambiamento funzionale.

La rabbia si attiva per segnalare un bisogno inascoltato che per noi è importante. Ha una funzione di segnale.
Dirci che dobbiamo fare qualcosa per avere quello che ci serve.
La rabbia, come tutte le nostre emozioni, si accende in una zona del cervello: si “accende” in maniera spontanea, ma è solo grazie alla corteccia pre-frontale, che possiamo innanzi tutto accorgerci della rabbia, darle un nome, individuare il bisogno insoddisfatto, elaborare una strategia per risolvere la frustrazione.
E la strategia sarà sicuramente di esprimere la rabbia, ma nella maniera più funzionale e utile e, soprattutto, nell’intensità migliore.

 

 

Bibliografia:

  • V. D’urso – Arrabbiarsi.  Il Mulino, 2010

 

Russian Doll

Russian Doll


Se non hai ancora visto questa serie *ATTENZIONE SPOILER*
In questa nuova e coinvolgente serie tv targata Netflix, la protagonista è una donna di nome Nadia che per tutti gli episodi muore e torna in vita, ripetendo in loop le ore precedenti la sua morte. 
È intrappolata in un ciclo di risurrezione, come abbiamo già visto nel film “Rincomincio daccapo” ma con uno stile più graffiante e surreale.
Nadia incontra qualcun altro intrappolato nello stesso ciclo, Alan, e insieme cercano di risolvere il mistero di ciò che sta accadendo loro.

Sia Nadia che Alan sono persone distrutte, entrambi incapaci di affrontare la propria autodistruzione. Per Nadia, è un profondo disprezzo di sé, radicato nella sua infanzia. Il giorno in cui sopravvive alla madre tossica, ha così poca stima di sé che viene investita da un taxi.
Per Alan, è un’autodistruzione letterale: è rimasto bloccato nel suo ciclo dopo essere morto per suicidio, proprio per non essersi permesso di accettare il suo dolore, per averlo negato e coperto con un alone di apparente perfezione.

Uno dei tanti modi in cui Nadia cerca di capire quello che le sta capitando è attraverso le discussioni con la psicoterapeuta che l’ha adottata. Durante uno di questi dialoghi capiamo il senso del titolo: Russian Doll è essenzialmente una metafora della terapia; un processo che utilizza l’analisi e la narrazione per creare momenti di “svolta”, che consentono alla persona di andare avanti con la propria vita ma con una nuova prospettiva. Questi momenti di svolta spesso arrivano attraverso l’esame di abitudini (o modelli ripetuti), consentendo agli utenti di “rompere il ciclo”.  Per sfuggire ai modelli ripetitivi che alla fine li distruggono, si rende necessario affrontare il loro trauma.

È per questo che il ciclo inizia con entrambi i personaggi che guardano in uno specchio: il loro riflesso.
Per uscire da quei loop, devono trovare la risposta dentro di . Le tematiche trattate riportano ancora di più all’idea della psicoterapia, come processo individuale, con un professionista che orienta il proprio cliente su un percorso di scoperta di sé.

Questo processo di scoperta faticoso e angosciante viene rappresentato magnificamente nella serie, che diventa sempre più inquietante man mano che si avvicina la fine: affrontare i demoni interiori è terrificante e difficile. Più ci si immerge, più l’acqua diventa scura.

*Inizio spoiler*

Per Alan, significa riconoscere che non può costringere la sua vita ad essere perfetta. Non riesce a riempire il vuoto nel suo cuore con un appartamento incontaminato o una ragazza elegante se continua a ignorare la natura caotica della sua infelicità. Come spiega alla sua ex  ha passato troppo tempo sperando che il suo disgusto per se stesso se ne andasse, pensando che fosse sufficiente evitarlo e negarlo. “Sono bloccato con un corpo spezzato, in un mondo che sta letteralmente cadendo a pezzi, e una mente che vuole uccidermi.”

Questa ammissione in sé e per sé è tanto forte quanto straziante. Ma la bellezza di “Russian Doll” è che spinge Alan ad andare oltre il suo stesso dolore al punto che è motivato a fare qualcosa al riguardo. Potrebbe non essere mai in grado di sconfiggere completamente quella verità, ma per la prima volta nella sua vita, vuole trovare un modo per vivere veramente con essa invece di stare ad aspettare.

Il viaggio di Nadia, benché auto-flagellante allo stesso modo, è più legato a ricordi specifici che stanno opprimendo e influenzando tutta la sua vita. Come mostrato in sporadici e sconvolgenti flashback dell’infanzia di Nadia, sua madre l’amava con feroce affetto, ma lottava troppo duramente con la sua malattia mentale per prendersi cura di entrambe. Poi è morta all’improvviso prima di compiere 36 anni (l’età in cui Nadia si trasforma in “Russian Doll”). Per anni, Nadia nutrì una paura che si cristallizzò in una verità “imperdonabile” nella sua mente: poiché voleva lasciare sua madre e la vita complessa che viveva con lei, la morte prematura di sua madre fu colpa sua. Il rifiuto ostinato di Nadia di affrontare il suo trauma deformato viene rappresentato come un film horrorContinua a vedersi lei da bambina che la fissa senza espressione, e ogni volta, il suo corpo continua a cercare di salvarla dall’agonia di capire cosa potrebbe significare.

Nadia e Alan si ritrovano nella puntata finale in una parata gloriosa, con persone senza fissa dimora che ballano con maschere fatte in casa. A livello puramente metaforico, questo è un finale intelligente. In molti modi, Nadia e Alan indossavano maschere per nascondere il proprio trauma. Nadia usava l’umorismo per proteggersi, Alan era il maniaco del controllo.
Ora, camminano liberi dalle loro maschere, Alan che salta e urla, e Nadia con un’espressione insolitamente seria sul suo viso. Erano persi, ora sono stati trovati. Gridano perché hanno raggiunto la catarsi.

A prima vista, “Russian Doll” è divertente, strano, schietto, vertiginoso. Ma dopo ogni episodio, si rivela anche la migliore rappresentazione della TV di cosa significhi diserbare attraverso il deserto del proprio trauma per trovare il proprio sé più vero – e in qualche modo, miracolosamente, abbracciarloCome mostra “Russian Doll” con una chiarezza viscerale, combattere l’apatia e l’esaurimento per riconoscere i propri difetti non è sufficiente. Bisogna scavare più a fondo di quanto sia mai sembrato possibile per tornare su per aria, vibrando con il brivido della speranza cruda, pronto e disposto a cambiare.