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Russian Doll

Russian Doll


Se non hai ancora visto questa serie *ATTENZIONE SPOILER*
In questa nuova e coinvolgente serie tv targata Netflix, la protagonista è una donna di nome Nadia che per tutti gli episodi muore e torna in vita, ripetendo in loop le ore precedenti la sua morte. 
È intrappolata in un ciclo di risurrezione, come abbiamo già visto nel film “Rincomincio daccapo” ma con uno stile più graffiante e surreale.
Nadia incontra qualcun altro intrappolato nello stesso ciclo, Alan, e insieme cercano di risolvere il mistero di ciò che sta accadendo loro.

Sia Nadia che Alan sono persone distrutte, entrambi incapaci di affrontare la propria autodistruzione. Per Nadia, è un profondo disprezzo di sé, radicato nella sua infanzia. Il giorno in cui sopravvive alla madre tossica, ha così poca stima di sé che viene investita da un taxi.
Per Alan, è un’autodistruzione letterale: è rimasto bloccato nel suo ciclo dopo essere morto per suicidio, proprio per non essersi permesso di accettare il suo dolore, per averlo negato e coperto con un alone di apparente perfezione.

Uno dei tanti modi in cui Nadia cerca di capire quello che le sta capitando è attraverso le discussioni con la psicoterapeuta che l’ha adottata. Durante uno di questi dialoghi capiamo il senso del titolo: Russian Doll è essenzialmente una metafora della terapia; un processo che utilizza l’analisi e la narrazione per creare momenti di “svolta”, che consentono alla persona di andare avanti con la propria vita ma con una nuova prospettiva. Questi momenti di svolta spesso arrivano attraverso l’esame di abitudini (o modelli ripetuti), consentendo agli utenti di “rompere il ciclo”.  Per sfuggire ai modelli ripetitivi che alla fine li distruggono, si rende necessario affrontare il loro trauma.

È per questo che il ciclo inizia con entrambi i personaggi che guardano in uno specchio: il loro riflesso.
Per uscire da quei loop, devono trovare la risposta dentro di . Le tematiche trattate riportano ancora di più all’idea della psicoterapia, come processo individuale, con un professionista che orienta il proprio cliente su un percorso di scoperta di sé.

Questo processo di scoperta faticoso e angosciante viene rappresentato magnificamente nella serie, che diventa sempre più inquietante man mano che si avvicina la fine: affrontare i demoni interiori è terrificante e difficile. Più ci si immerge, più l’acqua diventa scura.

*Inizio spoiler*

Per Alan, significa riconoscere che non può costringere la sua vita ad essere perfetta. Non riesce a riempire il vuoto nel suo cuore con un appartamento incontaminato o una ragazza elegante se continua a ignorare la natura caotica della sua infelicità. Come spiega alla sua ex  ha passato troppo tempo sperando che il suo disgusto per se stesso se ne andasse, pensando che fosse sufficiente evitarlo e negarlo. “Sono bloccato con un corpo spezzato, in un mondo che sta letteralmente cadendo a pezzi, e una mente che vuole uccidermi.”

Questa ammissione in sé e per sé è tanto forte quanto straziante. Ma la bellezza di “Russian Doll” è che spinge Alan ad andare oltre il suo stesso dolore al punto che è motivato a fare qualcosa al riguardo. Potrebbe non essere mai in grado di sconfiggere completamente quella verità, ma per la prima volta nella sua vita, vuole trovare un modo per vivere veramente con essa invece di stare ad aspettare.

Il viaggio di Nadia, benché auto-flagellante allo stesso modo, è più legato a ricordi specifici che stanno opprimendo e influenzando tutta la sua vita. Come mostrato in sporadici e sconvolgenti flashback dell’infanzia di Nadia, sua madre l’amava con feroce affetto, ma lottava troppo duramente con la sua malattia mentale per prendersi cura di entrambe. Poi è morta all’improvviso prima di compiere 36 anni (l’età in cui Nadia si trasforma in “Russian Doll”). Per anni, Nadia nutrì una paura che si cristallizzò in una verità “imperdonabile” nella sua mente: poiché voleva lasciare sua madre e la vita complessa che viveva con lei, la morte prematura di sua madre fu colpa sua. Il rifiuto ostinato di Nadia di affrontare il suo trauma deformato viene rappresentato come un film horrorContinua a vedersi lei da bambina che la fissa senza espressione, e ogni volta, il suo corpo continua a cercare di salvarla dall’agonia di capire cosa potrebbe significare.

Nadia e Alan si ritrovano nella puntata finale in una parata gloriosa, con persone senza fissa dimora che ballano con maschere fatte in casa. A livello puramente metaforico, questo è un finale intelligente. In molti modi, Nadia e Alan indossavano maschere per nascondere il proprio trauma. Nadia usava l’umorismo per proteggersi, Alan era il maniaco del controllo.
Ora, camminano liberi dalle loro maschere, Alan che salta e urla, e Nadia con un’espressione insolitamente seria sul suo viso. Erano persi, ora sono stati trovati. Gridano perché hanno raggiunto la catarsi.

A prima vista, “Russian Doll” è divertente, strano, schietto, vertiginoso. Ma dopo ogni episodio, si rivela anche la migliore rappresentazione della TV di cosa significhi diserbare attraverso il deserto del proprio trauma per trovare il proprio sé più vero – e in qualche modo, miracolosamente, abbracciarloCome mostra “Russian Doll” con una chiarezza viscerale, combattere l’apatia e l’esaurimento per riconoscere i propri difetti non è sufficiente. Bisogna scavare più a fondo di quanto sia mai sembrato possibile per tornare su per aria, vibrando con il brivido della speranza cruda, pronto e disposto a cambiare.

La pazza gioia

La pazza gioia

Questo film del 2016 ad opera di Paolo Virzì, racconta di un percorso di evasione e scoperta di due protagoniste, Beatrice e Donatella, ospiti in una comunità terapeutica per donne.
Le due protagoniste sono due opposti lungo uno stesso continuum, una, Donatella, con la fragilità e la tristezza che la accompagnano sempre, l’altra, Beatrice, inarrestabile e logorroica con tratti della mitomania.

Andando oltre le riflessioni sui lati tecnici di storia, scene e attori, il messaggio che accompagna lo spettatore durante la visione del film è quello della possibilità e della speranza, riscontrabili nell’evoluzione della storia.
Beatrice, che fino all’arrivo di Donatella era probabilmente messa un po’ in disparte per via della sua personalità ingombrante, riesce finalmente a legare con un’altra persona, con la possibilità di entrare in una relazione di compensazione reciproca che gioverà a entrambe pur nelle loro profonde diversità. Si sentiranno più vicine nel confronto delle loro sofferenze, quel senso di solitudine fortissimo e manifestato in modi così opposti, una lo manifesta con un frequente pianto, l’altra con una marcata logorrea. La forza del dolore provato, il senso di inadeguatezza, la solitudine, il fallimento, il tradimento da chi doveva proteggere, sono alcuni dei temi che emergono durante il commovente confronto tra le due.

Quello che personalmente mi ha colpito di più è stata la presentazione di una realtà che spesso è ignorata da molti, l’ambiente della salute mentale, in particolare delle comunità terapeutiche. Certo nella realtà tutta questa “morbidezza” nelle regole all’interno della struttura e in particolare nei confronti dei pazienti soggetti a restrizioni giudiziarie, sono decisamente più dure, ma per i pazienti che le abitano, spesso è l’unica possibilità di potersi migliorare, di curarsi. La comunità è presentata come un luogo in cui potersi redimere, dove si fanno progetti ad personam, dove c’è accoglienza senza giudizio e quando serve, la forza, non viene presentato come un luogo perfetto, ma come un luogo dove poter trovare anche persone che spesso vanno anche ben oltre ciò che il loro contratto richiede. Un luogo fatto di persone, e non solo di operatori e pazienti.
Nell’ambito della salute mentale capita spesso di riscontrare delle relazioni e delle dinamiche familiari che sono più lesive che positive. E spesso l’alternativa migliore è un allontanamento dalla famiglia per poter conoscere delle nuove modalità di approccio, per poter trovare finalmente il proprio equilibrio. Quello che gli operatori di questo ambito si augurano è che poi i pazienti possano trovare il modo di camminare sulle proprie gambe, ed è sempre una grande soddisfazione quando succede. Spesso l’idea di cambiare o provare nuove cose spaventa.. ma bisogna sempre ricordare che :

“Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose”