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Quali sono gli effetti psicologici della quarantena?

Quali sono gli effetti psicologici della quarantena?

Questi giorni di isolamento sociale sono sempre più difficili. Si allunga la prova a cui dobbiamo tutti far fronte, anche i più resistenti, che avevano preso al meglio questa “forzatura” iniziano a provare disagio per queste giornate che passano tutte uguali. Quali possono essere gli effetti psicologici di questa quarantena?

Vediamoli qui sintetizzati:

📍 Un cambio di stile di vita, e conseguente perdita dei propri ritmi e punti di riferimento, quindi i giorni scorrono e sembrano sempre uguali, influenzando la nostra memoria episodica.
📍 La paura, emozione che ci mette a contatto con una parte di noi che cerchiamo di evitare quando più possibile: la nostra vulnerabilità.
📍 La rabbia, altra emozione fondamentale, quando percepiamo una minaccia per noi o per i nostri cari.. e può andare dalla minaccia di un possibile rischio di contagio o la minaccia della limitazione dei propri spazi vitali, spostamenti, libertà di agire. Aumentano il senso di frustrazione e di aggressività.
📍 Bombardamento di informazioni, anche poco chiare, vaghe, contraddittorie da parte degli eventuali media, o dai nostri contatti social. Ci si sente come in balia del troppo vento.
📍 Stress, ovvero la risposta del nostro organismo, con conseguente innalzamento dei livelli di cortisolo e una maggior propensione a vivere stati d’ansia e di insonnia.

👉 L’isolamento sociale è difficile, soprattutto perché sentito come costrizione e obbligo. Iniziare a elaborarlo come un gesto di cura e protezione verso sé stessi e gli altri può essere il primo passo per iniziare a gestirlo con minor pressione.
👉 Continuare a mantenere o ricreare quanto più è possibile una routine regolare: in cui devono trovare posto le necessarie ore per il sonno, l’alimentazione, l’attività fisica (yoga o esercizi fisici da fare in casa), oltre che continuare a sentire familiari e amici, usando tutti gli strumenti che la tecnologia oggi ci permette.

Questo articolo non vuole essere esaustivo, per una lettura approfondita rimando all’articolo pubblicato su The Lancet

Psicologia Positiva

Psicologia Positiva

Oggi introduco un argomento che mi è stato ispirato da Anna Maria Anatella, mia compagna in alcuni degli eventi organizzati in passato e lo sarà ancora in un evento che stiamo preparando sempre in occasione della Settimana del cervello.

L’argomento in questione è la Psicologia positiva.
Quando si parla di psicologia positiva ci si riferisce a una determinata branca della psicologia, in cui l’attenzione è posta al benessere personale, ovvero lo stato che coinvolge tutti gli aspetti dell’essere umano, e caratterizza la qualità della vita di ogni singola persona all’interno di una comunità di persone.

Le ricerche su questo campo iniziano ufficialmente intorno agli anni 90, anche se gli interrogativi sul ben-essere degli individui sono sempre stati presenti in diverse discipline come per esempio le scienze umanistiche e la filosofia. Se la psicologia si è occupata prevalentemente di comprendere tutti questi aspetti legati alla patologia degli individui, con Seligman (1994) nasce una nuova direzione: comprendere la positività e il benessere della persona in quanto tale, non più solo la sua negatività e malattia.
Questo nuovo approccio viene ispirato dalle ricerche sull’”impotenza appresa”, ovvero “quell’abitudine di interpretare sempre in maniera negativa ciò che succede, al punto che pensiamo di non essere abbastanza capaci di affrontare la maggior parte delle cose che accadono nella nostra vita e non tentiamo pertanto nemmeno di affrontarle”.  Se questa abitudine segue una linea di stampo pessimistico, è possibile ribaltarla sul versante positivo? Ovvero andare a costruire una nuova abitudine e modalità di ragionamento che seguano la via della positività?

Seligman parla di salute positiva e benessere, focalizzandosi non tanto all’assenza di malattia, (così come definito anche dal OMS, benessere come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia“) ma ad una condizione che sia caratterizzata dal saper provare emozioni positive, dall’essere in grado di relazionarsi in modo positivo con gli altri e dall’avere la volontà e motivazione finalizzati al raggiungimento di obiettivi positivi (Seligman, 2008). Grazie a questo nuovo orientamento viene evidenziato maggiormente il ruolo delle risorse positive e delle potenzialità dell’individuo e non più solo alle sue mancanze o “difetti”.
Tra i concetti più studiati all’interno della psicologia positiva troviamo:

  • L’accoglienza di sé stessi, con una maggior comprensione delle proprie caratteristiche, siano esse positive o negative, con un incremento dell’auto-accettazione e dalla costruzione di nuovi significati riguardo gli aspetti più significativi della propria vita
  • Crescita Personale intesa come motivazione alla scoperta delle modalità espressive di sé, con l’attenzione a rimanere ben predisposti alle esperienze e avvenimenti, in quanto ci possono essere sempre aspetti nuovi da integrare e da cui imparare;
  • Significato personale sulla propria vita, ovvero comprendere il senso che acquistano le scelte di ogni giorno e le emozioni che le guidano;
  • Migliori relazioni con gli altri, ovvero instaurare e sviluppare legami che siano improntati alla scoperta dell’altro, ad un aumento della sintonizzazione e di atteggiamenti empatici, cooperativi e scongiurando la sfiducia reciproca.
  • Autonomia intesa come percorso di auto-determinazione fondato sulla conoscenza e l’abilità di gestire le pressioni e i condizionamenti sociali, e di raggiungere i propri obiettivi prefissati (o di cambiarli se non sono più espressione di sé);
  • Responsabilità personale, basata sulla consapevolezza delle proprie capacità di cambiare l’ambiente circostante per creare le condizioni utili alla soddisfazione dei propri obiettivi;

Fondamentalmente si parla di creare una nuova educazione mentale, allenandosi a cambiare i target della attenzione selettiva, dove, se prima si andava a vedere tutti quei dettagli che ci confermavano la visione negativa, ora si saprà trovare anche ciò che di buono può essere ricavato e che può essere utile per migliorare la propria esistenza.

Un vero e proprio allenamento alla felicità! Ma la felicità può essere solo quella legata al piacere? Ebbene no! In realtà la psicologia positiva segue una prospettiva detta Eudaimonica, in cui ci focalizza sull’analisi di quei fattori che aiutano lo sviluppo e la realizzazione delle potenzialità individuali. La felicità di tipo eudamonico è maggiormente legata a un processo di interazione, integrazione e reciproca influenza tra benessere individuale e collettivo, tale per cui la felicità individuale si realizza all’interno della società.

Come si fa questo “allenamento”? Con degli esercizi, proprio come nello sport!
Con me è possibile iniziare un percorso in cui potremo creare una “scheda personale” focalizzandoci sugli aspetti che interessano di più!
Nel mentre ti lascio una piccola tips:

Prendi la tua agenda (o un foglio da tenere in vista, o ancora usa il calendario del cellulare) e in una pagina segna tutti i giorni del mese. Ogni giorno segna una cosa per cui essere riconoscente. Scrivimi per sapere come è andata! =)

Gratitude log

 

 

Russian Doll

Russian Doll


Se non hai ancora visto questa serie *ATTENZIONE SPOILER*
In questa nuova e coinvolgente serie tv targata Netflix, la protagonista è una donna di nome Nadia che per tutti gli episodi muore e torna in vita, ripetendo in loop le ore precedenti la sua morte. 
È intrappolata in un ciclo di risurrezione, come abbiamo già visto nel film “Rincomincio daccapo” ma con uno stile più graffiante e surreale.
Nadia incontra qualcun altro intrappolato nello stesso ciclo, Alan, e insieme cercano di risolvere il mistero di ciò che sta accadendo loro.

Sia Nadia che Alan sono persone distrutte, entrambi incapaci di affrontare la propria autodistruzione. Per Nadia, è un profondo disprezzo di sé, radicato nella sua infanzia. Il giorno in cui sopravvive alla madre tossica, ha così poca stima di sé che viene investita da un taxi.
Per Alan, è un’autodistruzione letterale: è rimasto bloccato nel suo ciclo dopo essere morto per suicidio, proprio per non essersi permesso di accettare il suo dolore, per averlo negato e coperto con un alone di apparente perfezione.

Uno dei tanti modi in cui Nadia cerca di capire quello che le sta capitando è attraverso le discussioni con la psicoterapeuta che l’ha adottata. Durante uno di questi dialoghi capiamo il senso del titolo: Russian Doll è essenzialmente una metafora della terapia; un processo che utilizza l’analisi e la narrazione per creare momenti di “svolta”, che consentono alla persona di andare avanti con la propria vita ma con una nuova prospettiva. Questi momenti di svolta spesso arrivano attraverso l’esame di abitudini (o modelli ripetuti), consentendo agli utenti di “rompere il ciclo”.  Per sfuggire ai modelli ripetitivi che alla fine li distruggono, si rende necessario affrontare il loro trauma.

È per questo che il ciclo inizia con entrambi i personaggi che guardano in uno specchio: il loro riflesso.
Per uscire da quei loop, devono trovare la risposta dentro di . Le tematiche trattate riportano ancora di più all’idea della psicoterapia, come processo individuale, con un professionista che orienta il proprio cliente su un percorso di scoperta di sé.

Questo processo di scoperta faticoso e angosciante viene rappresentato magnificamente nella serie, che diventa sempre più inquietante man mano che si avvicina la fine: affrontare i demoni interiori è terrificante e difficile. Più ci si immerge, più l’acqua diventa scura.

*Inizio spoiler*

Per Alan, significa riconoscere che non può costringere la sua vita ad essere perfetta. Non riesce a riempire il vuoto nel suo cuore con un appartamento incontaminato o una ragazza elegante se continua a ignorare la natura caotica della sua infelicità. Come spiega alla sua ex  ha passato troppo tempo sperando che il suo disgusto per se stesso se ne andasse, pensando che fosse sufficiente evitarlo e negarlo. “Sono bloccato con un corpo spezzato, in un mondo che sta letteralmente cadendo a pezzi, e una mente che vuole uccidermi.”

Questa ammissione in sé e per sé è tanto forte quanto straziante. Ma la bellezza di “Russian Doll” è che spinge Alan ad andare oltre il suo stesso dolore al punto che è motivato a fare qualcosa al riguardo. Potrebbe non essere mai in grado di sconfiggere completamente quella verità, ma per la prima volta nella sua vita, vuole trovare un modo per vivere veramente con essa invece di stare ad aspettare.

Il viaggio di Nadia, benché auto-flagellante allo stesso modo, è più legato a ricordi specifici che stanno opprimendo e influenzando tutta la sua vita. Come mostrato in sporadici e sconvolgenti flashback dell’infanzia di Nadia, sua madre l’amava con feroce affetto, ma lottava troppo duramente con la sua malattia mentale per prendersi cura di entrambe. Poi è morta all’improvviso prima di compiere 36 anni (l’età in cui Nadia si trasforma in “Russian Doll”). Per anni, Nadia nutrì una paura che si cristallizzò in una verità “imperdonabile” nella sua mente: poiché voleva lasciare sua madre e la vita complessa che viveva con lei, la morte prematura di sua madre fu colpa sua. Il rifiuto ostinato di Nadia di affrontare il suo trauma deformato viene rappresentato come un film horrorContinua a vedersi lei da bambina che la fissa senza espressione, e ogni volta, il suo corpo continua a cercare di salvarla dall’agonia di capire cosa potrebbe significare.

Nadia e Alan si ritrovano nella puntata finale in una parata gloriosa, con persone senza fissa dimora che ballano con maschere fatte in casa. A livello puramente metaforico, questo è un finale intelligente. In molti modi, Nadia e Alan indossavano maschere per nascondere il proprio trauma. Nadia usava l’umorismo per proteggersi, Alan era il maniaco del controllo.
Ora, camminano liberi dalle loro maschere, Alan che salta e urla, e Nadia con un’espressione insolitamente seria sul suo viso. Erano persi, ora sono stati trovati. Gridano perché hanno raggiunto la catarsi.

A prima vista, “Russian Doll” è divertente, strano, schietto, vertiginoso. Ma dopo ogni episodio, si rivela anche la migliore rappresentazione della TV di cosa significhi diserbare attraverso il deserto del proprio trauma per trovare il proprio sé più vero – e in qualche modo, miracolosamente, abbracciarloCome mostra “Russian Doll” con una chiarezza viscerale, combattere l’apatia e l’esaurimento per riconoscere i propri difetti non è sufficiente. Bisogna scavare più a fondo di quanto sia mai sembrato possibile per tornare su per aria, vibrando con il brivido della speranza cruda, pronto e disposto a cambiare.

Stress Negativo

Stress Negativo

Introduciamo oggi qualche informazione sul tipo di stress che tutti conosciamo: lo stress negativo, ovvero il distress!
Estremamente sgradevole, accompagna quasi sempre quella sensazione di essere sopraffatti dagli avvenimenti, porta con sé ansia e una preoccupazione diffusa e non ben definita, una sensazione di goffaggine, impotenti. In questo caso le cose sembrano sommarsi in modo continuo, aumentando sempre più il carico, la fatica e soprattutto la durata! Inoltre si verifica anche una riduzione delle nostre prestazioni
Ad esso sono legate le maggiori difficoltà emotive e relazionali, che spesso possono sfociare anche in problematiche psicologiche o fisiche.

L’organismo che reagisce a delle difficoltà contestuali, va a recuperare l’energia di cui ha bisogno, tramite un processo naturale di adattamento e di difesa, che è possibile suddividere in 3 fasi:
1. una reazione di allarme, ovvero quando l’organismo si accorge che c’è qualcosa che non va;
2. una reazione di adattamento, dove avviene la sovrapproduzione di cortisolo che ha, come conseguenza, la soppressione delle difese immunitarie
3. una reazione di esaurimento, che se troppo dilungata nel tempo può portare a debilitanti periodi sfiancatezza
Queste 3 fasi fanno parte della “Sindrome Generale di Adattamento” identificata da Seyle. Lo scopo di questi cambiamenti è uno solo: rispondere alla condizione in termini di “combattimento o fuga”

Il tipo di risposta allo stress stress identificata da Selye è influenzata da:

  1. Stressor che possono essere fisici, metabolici, psicologici, sociali. Ognuno di questi è caratterizzato da una stimolazione diversa di uno o più sistemi organici, nervoso o endocrino. Oltre alla tipologia dello stressor è importantissima anche la durata. la frequenza e l’intensità, quest’ultima varia in particolare da individuo a individuo e dalla capacità di risposta di ognuno. Quando lo stressor è troppo potente, frequente o duraturo può superare la capacità di resistenza dell’organismo e sfociare in un disagio più grave.
  2. – Individuo: dipende oltre che dal patrimonio genetico dell’individuo, anche dalla capacità di reazione bio-psico-emotiva dell’individuo oltre che dalle esperienze passate. E’ importante il profilo di personalità dell’individuo, oltre che l’età, il genere, e il livelli di attività del sistema immunitario e nervoso. Fondamentale è anche l’alimentazione, poiché il detto “siamo ciò che mangiamo” vale anche qui!
  3. – Ambiente: da intendersi sia come ambiente esterno che interno. Per il primo potremo considerare oltre che al clima, anche lo stato delle interazioni sociali. l’occupazione, la famiglia ecc.

Rimanete aggiornati, a breve presenteremo le fasi del distress cronico, potresti ritrovarti in una delle fasi?

 

 

 

Stress

Stress


Oggi vogliamo parlarvi della forma di stress maggiormente conosciuta (e temuta): il Distress.
Abbiamo visto nei post passati che esistono appunto due tipi di stress, quello positivo e quello negativo, e che sono differenziati dal grado di insicurezza.

Come certo saprete, lo stress di tipo negativo (il distress prima menzionato) è decisamente sgradevole, nei primi momenti ci dà quelle sensazioni di ansia, di essere impacciati, di non riuscire a cavarcela. Quando poi si è particolarmente stanchi o preoccupati, qualsiasi ulteriore piccola contrarietà è in grado di farci raggiungere all’istante il limite della nostra sopportazione. Le nostre energie sono come esaurite e scoppiamo letteralmente.

Il Distress è quel tipo di stress che provoca maggiori difficoltà di adattamento, si ha quando stimoli stressanti (chiamati stressor), instaurano un logorio progressivo fino allo squilibrio o rottura delle difese psicofisiche. L’attivazione dell’organismo e quindi l’aumento delle secrezioni ormonali è la risposta del nostro corpo a questi eventi stressanti, ma questo stato di allerta può rimanere anche in assenza di nuovi “stressor“, o spesso capita anche che l’organismo reagisca a stimoli di lieve entità in maniera sproporzionata.
Spesso il distress ha le seguenti caratteristiche:

  • Riduce le prestazioni
  • Può portare problematiche di tipo psicologiche o fisiche
  • Provoca ansia o preoccupazione
  • Ha una durata variabile
  • Calo di energia e dei livelli d’azione;
  • Comportamenti inadeguati

Quella sensazione del suolo che si trema sotto i nostri piedi.. è reale? o siamo noi ad aver smarrito il senso dell’equilibrio? Ognuno di noi infatti ha dei propri livelli di tolleranza allo stress e anche delle strategie da attuare. Ma in realtà la cosa migliore è aver attivato e coltivato una qualità molto particolare: la flessibilità.

C’è infatti una grossa differenza nella nostra capacità di adattarci, investendo le nostre energie in modo produttivo e costruttivo, ottimizzando la situazione e ottenendo risultati ma senza sprechi potenzialmente dannosi per la salute.

 

Stress Positivo

Stress Positivo

 

Alla fine dell’ultimo post stavo introducendo la differenza tra i due tipi di stress, ovvero il grado di insicurezza.
Ma cosa vuol dire?

In effetti l’idea che esista uno stress positivo potrà suonare strano, ma più spesso di quanto pensiamo noi desideriamo certi stress!
Ma sopratutto amiamo la sensazione di riuscire a dominare il proprio ambiente, certe sfide, la sensazione di “farcela”!
Lo stress è una fonte continua e assolutamente necessaria per il nostro adattamento. Grazie ad esso noi abbiamo sempre maggiori occasioni per imparare e per creare nuove strategie, in particolare quando gli andiamo “incontro” in modo efficace!

Come diceva Seyle
La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si possa pensare, noi non dobbiamo e non possiamo evitare lo stress, ma possiamo andargli incontro in modo efficace traendone vantaggio, imparando di più dai suoi meccanismi, e adattando a esso la nostra filosofia dell’esistenza“. (Selye, 1973).

Quando parliamo di stress positivo, ci riferiamo all’Eustress e ha le seguenti caratteristiche:

  • migliora le nostre prestazioni, favorendo la nostra crescita (professionale, di performance, personale)
  • aumenta le capacità cognitive perché aiuta a concentrarsi sul problema da affrontare.
  • dura poco
  • è fonte sana di motivazione e focalizzazione dell’energia
  • fa parte delle nostre capacità di coping

Per esempio, pensa a quando stavi per iniziare un nuovo lavoro.. sentivi un misto di preoccupazione ed euforia? O quando la futura sposa prepara il suo matrimonio.. anche lì abbiamo una fonte di eustress! Ma anche quando ci stiamo preparando per una gara agonistica, o prepariamo la tesi di laurea, ecc ecc..

La sensazione che deriva da questi avvenimenti è una forte soddisfazione, il nostro accettare la sfida, ci aiuta a orientarci nei nostri impegni programmati, e quella soddisfazione quando “ce l’abbiamo fatta” ha quell’enorme carica con sé proprio grazie all’impegno che abbiamo impiegato… se non ne fossimo stati “stressati” avremo impegnato molte meno energie e motivazione. Rischiando di non raggiungere il nostro obiettivo.

Lo stress, così come i litigi, nella realtà non è proprio il motivo del malessere.. ma è la nostra abilità nel percepirlo e fronteggiarlo che fa la differenza!